A CELEBRATION OF THE ICONIC GARMENTS OF THE WORKWEAR DENIM HISTORY

 

 

“The Bibbed Overalls: hard working, honest toiling men and he-men battling for their bread” – (from a Sears, Roebuck & Co catalogue, around 1930).

Il progetto Bib Overall, organizzato dal nostro team Denim Boulevard, è nato per rendere omaggio all’indumento-icona della storia del denim workwear. In questa iniziativa abbiamo coinvolto alcuni fra i più importanti denim influencer con cui collaboriamo: primo fra tutti Antonio Di Battista – uno dei maggiori esperti e collezionisti – oltre a eminenti realtà del settore come la Cone Denim, YKK, The Vintage Showroom.

 Ripercorrendo la vita di questo tradizionale capo da lavoro – oltre ai tre marchi più conosciuti di sempre: Levi’s, Lee e Wrangler – le aziende che più hanno segnato la storia con le loro Bib Overall sono state Stronghold, The Freeland, Sweet Orr, Fink’s, Boss, Penny’s, Crown, Duck Head, Old Kentucky, Curtis, Sear’s, Carhartt, Home Front, Big Mac, Elk Brand, Big Winston, Washington Dee Cee, Tom Cat, Can’t Bust’em, Key, Round House, OshKosh B’Gosh, Big Ben, Boss Of The Road, Calco, Work Wear, Walls, Carters, Universal Overall, Big Smith, King G, Powr House, Roe Bucks e molte altre ancora… 


Quella della salopette è una storia gloriosa, una tuta intera con pettorina e bretelle capace d’incarnare concetti come dedizione, perseveranza, etica. Il nome stesso racconta molto della sua identità: in francese salopette deriva da “saloper”, ovvero sporcare-pasticciare; in America l’overall – o bib overall – nasce da un paio di larghi pantaloni protettivi detti “waist overall” – gli antenati degli odierni jeans.

 Il grande vantaggio dato dall’aggiunta della pettorina – bib – una sorta di piccolo grembiule che copre il petto, è quello di offrire riparo anche alla parte superiore del corpo, cosa necessaria per alcune professioni. 

Può essere considerata a tutti gli effetti l’archetipo dell’abbigliamento da lavoro, il capo ‘da fatica’ per eccellenza da indossare sopra pantaloni, camicia, gilet o giacca affinché gli abiti ‘buoni’ non si rovinino o sporchino. La diatriba di paternità tra Europa e USA è simile a quella per il tessuto denim-jeans, certo è che in entrambi i contesti è un capo di uso comune già da metà ‘800, ed è proprio il famoso tessuto di cotone blu – resistente e capace di mimetizzare lo sporco – il materiale principale con cui la salopette è realizzata: da una parte all’altra dell’oceano ha collezionato una serie di brevetti che ne testimoniano la natura specifica di protezione, tanto degli indumenti sottostanti quanto di chi li indossa.

Ma è specialmente dell’America che la salopette sa parlare, legandosi in modo molto profondo all’anima del paese sin dalle sue prime apparizioni – dalla WWII arrivando poi alla riproposizione del rap degli anni ’80. Per quasi un centinaio di anni è stata la voce di diverse realtà, figure sociali che hanno contribuito a creare l’immaginario americano di cui oggi tutti subiamo il fascino. Da subito il numero di pubblicità e di marchi registrati attestano la sua centralità nel panorama americano, sostenuti anche e soprattutto dal fenomeno tipicamente Made in USA della vendita per corrispondenza, che ne ha facilitato la diffusione capillare in tutti gli stati della nazione.

Nel XX secolo agli agricoltori e ai carpentieri, che già abitualmente la usano, si aggiunge una nuova categoria di lavoratori nata in seno alle scoperte tecnologiche legate al metallo e all’energia meccanica. Nasce l’operaio di fabbrica, e la salopette diventa non solo il simbolo della ruralità, ma anche della Rivoluzione Industriale. Se le catene di montaggio di Henry Ford non bastano a raccontare questo indumento-faro di un momento storico, è il genio del cinema Charlie Chaplin a darne una visione senza compromessi nel suo film ‘Tempi Moderni’ (1936).

 Robustezza, durabilità e comodità sono le caratteristiche richieste all’indumento che veste l’uomo di fatica, un capo economico considerato tra i generi di prima necessità (come pane e latte), esente dalle oscillazioni del dollaro – che mantiene il proprio prezzo invariato durante la Grande Depressione dei tardi anni ’20 e ’30 – quando anche i capitani d’industria la scelgono come ‘abito aziendale’ e la utilizzano a mo’ di emblema patriottico; la dichiarazione di voler reagire a una situazione economica in cui l’aumento esponenziale dei prezzi rende gli abiti merci proibitive. 

Anche durante i due conflitti mondiali la salopette lavora a livello simbolico, tenendo viva la figura del padre. Vestirsi “come papà” permetteva ai bambini di identificarsi con una figura maschile anche negli anni in cui questa era assente, perché impegnata al fronte. Più che indumento, un progetto sociale. “Uomini onesti, che lavorano duramente, uomini veri che si guadagnano il pane” (“Hard working, honest toiling men and he-men battling for their bread”) recita un catalogo di vendita per corrispondenza Sears nel descrivere l’uomo-tipo che indossa una salopette.

 Questa è l’America del New Deal, questa è l’America dell’East e del Mid-West, che attraverso un’opera di ingegneria tessile come la salopette riacquista il senso di sé e della propria forza. Ma la percezione della salopette non è sempre stata questa. Se sono gli anni in cui compare addosso allo Zio Sam nelle pubblicità di OshKosh B’Gosh – che testimoniano come sia una scelta patrocinata dalla nazione stessa – alla fine dell”800 la salopette sembra in qualche modo un indumento non consono alle situazioni extra ambito lavorativo: in questi anni sono molti i modelli in cui la pettorina è progettata in modo da poter essere rimossa, o ripiegata all’interno dei pantaloni e nascosta.

Dai raccoglitori di cotone ai braccianti fino alle donne impiegate nelle compagnie ferroviarie, ha vestito indistintamente persone di età, razza e sesso diversi, in tempi in cui l’abbigliamento non solo indicava categorie d’appartenenza ben precise a cui non si poteva sfuggire, ma era uno dei mezzi attraverso cui queste distinzioni venivano perpetrate.

I primi modelli di overall espressamente registrati come femminili (Sweet-Orr le chiama “womenall”) risalgono al primo decennio del ‘900, fortemente influenzati dai pantaloni delle Bloomeriste – qualche decennio prima già oggetto di scandalo perché simbolo di una donna dal temperamento deciso, che proclama la sua libertà di vestire in modo analogo agli uomini.

In larghissimo anticipo sui tempi, fanno notare come l’abbigliamento consono alle signore non fosse in realtà adatto al loro ingresso nel mondo del lavoro, perché pericoloso e poco confortevole. Una tradizione di emancipazione raccolta dalle femministe, che scelgono la salopette come capo premaman per non rinunciare ai pantaloni anche durante la gravidanza. Da questo momento diventa quasi un obbligo per gli stilisti riproporre la salopette in versione casual, spesso realizzata in tessuti colorati – legati all’infanzia e alla leggerezza – molto lontani dal resistente denim e dalla sua funzione protettiva originaria.