NICOLE AJIMAL CONTEMPORARY HANDMADE FABRIC

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COME HAI APPROCCIATO IL MONDO TESSILE? HAI QUALCHE LEGAME FAMILIARE O CULTURALE?

Ho iniziato studiando belle arti a scuola, ma quando è stato il momento di scegliere l’università io volevo usare la mia creatività in modo più pratico. Così ho frequentato il corso di laurea di una fondazione artistica in cui ho studiato tessuti, architettura, animazione, grafica ecc, cosa che mi ha portato a laurearmi in Textile Design. Tessuti e fashion son stati una grossa parte della mia vita sin da piccola. Ero influenzata dalla passione dei miei genitori per le mostre e il lavoro di mia zia (una tessitrice). Avendo un background asiatico ed europeo son sempre stata interessata alla combinazione di stili orientali e occidentali, il che risulta chiaro nel mio attuale lavoro mixando caratteristiche giapponesi e inglesi.

 

E DEL TUO PROGETTO UNIVERSITARIO, CE NE PUOI PARLARE BREVEMENTE?

Il mio progetto universitario è ispirato dall’antico workwear giapponese che adotta tecniche di riparo e rinnovo come Boro e Sashiko e lo combina con le sottoculture British rudeboy e punk dei 1970. Mi piaceva l’idea di un pezzo di tessuto con un retaggio suo o una storia dietro e quella per cui riparo e recupero fanno bene alla società tanto quanto sono ottimi.

 

GUARDANDO IL TUO LAVORO, L’IMPRESSIONE È CHE TU TRAGGA SPUNTO PER I TUOI DENIM TESSUTI A MANO RICERCANDO I COLORI, LE TECNICHE, LE COMPOSIZIONI TRADIZIONALI E CON QUESTI ELEMENTI TU RICOMPONGA UN IMMAGINARIO COMPLETAMENTE NUOVO, COERENTE CON UNA SENSIBILITÀ PIÙ MODERNA. PUOI DIRCI QUALCOSA DEL PROCESSO CREATIVO DIETRO QUESTO APPROCCIO?

Un sacco del mio lavoro comincia sia visitando una mostra sia ascoltando un particolare tipo di musica. Per il mio recente progetto l’inizio è stato la visita a un’esposizione intitolata ‘Return of the Rudeboy’ alla Somerset House. I miei genitori son cresciuti nei ’70, per cui la mia infanzia era accompagnata dai suoni del gruppo rudeboy/ska The Specials e dal punk dei Sex Pistols. Musica e fashion son così strettamente connessi che io ero in grado di recepire tutti quegli incredibili immaginari e creare i miei artwork e declinare quelle idee nei miei tessuti. Il mio modus operandi e quelle di avere tutte quelle immagini e artwork intorno a me – mettere in cuffia la musica alla base del mio lavoro e poi via a tessere. Ho un’idea di quale tecnica voglia usare ma non so necessariamente come sarà il risultato. Le proporzioni son tutte fatte a occhio a seconda della funzione per cui sto facendo il tessuto.

PUOI DIRCI DI PIÙ DELLE DIFFERENTI TECNICHE DI TINTURA E TESSITURA CHE MIXI E QUALI USI?

Mi piace unire tecniche manuali di tappezzeria alle strutture dei tessuti che utilizzo. Amo il processo pratico in cui posso creare qualcosa senza impedimenti e limiti di telaio. Usando tecniche manuali di tappezzeria puoi creare un effetto 3D voluminizzato e irregolare che mi fa impazzire. Volevo creare qualcosa che avesse un look’n feel fatto in casa. L’indigo-dye che ho definito l’ho raggiunto per tentativi. Ho imparato da me come tingere in indaco leggendo articoli online e guardando video tutorial. È stato ciò che m’ha insegnato come costruirmi la mia tinozza e tingere in filo, il tutto da me a casa mia.

È MOLTO INTRIGANTE IL MODO IN CUI SPERIMENTI, USI E FONDI INSIEME TECNICHE DIVERSE (LENO, PELO STRISCIANTE ECC) IN MODI INASPETTATI E INNOVATIVI. IL TUO DENIM FINISCE CON UNA STRUTTURA TRIDIMENSIONALE, NON BIDIMENSIONALE, IL CUI DESIGN È DATO DA CONTRASTO E RELAZIONE. PERCHÉ HAI SCELTO IL DENIM COME CAMPO DI SPERIMENTAZIONE?

Ho iniziato a farmi una cultura di denim qualche anno fa, comunque ciò che davvero m’ha affascinato son state le sottoculture e lo stile di vita che si son costruiti attorno a quest’iconico tessuto. Per me era interessante prendere qualcosa di così classico e svilupparlo. La maggior parte del mondo indossa denim ed è troppo interessante vedere come differenti demografie e sottoculture lo personalizzino per creare un senso d’identità. Così io volevo creare qualcosa che per prima mi sarei comprata e da questa sperimentazione son cresciuti i miei amore e interesse per il jeans.

I TUOI TESSUTI SONO PEZZI UNICI CHE AMPLIFICANO L’IDEA CHE IL JEANS ABBIA UN’ANIMA, CHE DIVENTI UNA PARTE DI TE, CHE SI MODELLI SUL TUO CORPO, COSÌ COME IL MODO IN CUI VESTE È UNICO PER OGNI PERSONA. QUESTA CONNESSIONE EMOTIVA TRA IL DENIM E CHI LO INDOSSA È QUALCOSA CHE HAI TENUTO IN CONSIDERAZIONE MENTRE LAVORAVI AL TUO PROGETTO?

Credo sia importante che la gente indossi abbigliamento che abbia una storia alle spalle. Non son d’accordo con la cultura usa e getta che fa parte del fashion. Il tessuto che realizzo o disegno racconta una storia e in parte è una mia estensione. Nessun pezzo di tessuto che faccio sarà mai uguale a un altro. Voglio che sia diverso in modo che nel momento in cui qualcuno compra il mio lavoro stia investendo in un’opera d’arte che abbia una storia da raccontare.

C’È UNA NAZIONE IN PARTICOLARE CHE T’ISPIRA DI PIÙ E PERCHÉ?

Una nazione che m’ispira in particolare è il Giappone. Amo l’idea di Boro e Sashiko – tecniche che consistono nel rammendare e riparare i tessuti del passato per mantenerli vivi. Sono una versione del diario o dell’album di foto. In Giappone hanno un concetto, ‘Yuyo no bi’, che vuol dire qualcosa come la ‘bellezza nella praticità’. Per me spesso non si tratta del risultato finale ma del tempo che hai passato a realizzare qualcosa. Molta gente non apprezza il tempo e la maestria che son serviti nella lavorazione di un tessuto.

INOLTRE C’È UN CAMPO STRANO DA DOVE PRENDI SPUNTO PER IL TUO LAVORO?

Il modo in cui i rudeboy e punk s’acconciano i capelli è un elemento chiave per il loro look. Quando stavo collezionando ispirazioni ho guardato agli attrezzi da barbiere. Ho immerso dei rasoi nell’inchiostro indiano e ci ho dipinto. Ciò ha creato questo splendido effetto dipinto che ho poi declinato nel mio tessuto dandogli un effetto Ikat, che consiste nell’annodare aree dell’ordito prima di tingerle in indaco. Facendo così è stato più facile ottenere quell’effetto dipinto che volevo. Un’altra maniera in cui ho unito il lavoro del barbiere al mio è stato tagliando gli svolazzanti fili dell’ordito con forbici e rasoi da barbiere. Mi piaceva l’idea di usare solo attrezzi che avevo attorno a me e di modificare i vestiti delle sottoculture rudeboy e punk. Ha dato al tessuto quel senso unico di grezzo e fatto a mano.

IL FATTO CHE IN MODO NATURALE TINGI IN FILO, TESSI E SVOLGI TUTTO IL LAVORO A MANO HA UN’OTTICA DAVVERO INTERESSANTE: PUOI SPIEGARCI MEGLIO QUEST’APPROCCIO GREEN?

La ragione principale per cui il mio lavoro può esser visto da un’ottica di sostenibilità è perché è un lento processo di tessitura manuale. Mi faccio solo il tessuto che mi serve, il che significa che c’è uno spreco davvero ridotto al minimo. Io creo qualcosa che è confezionato a mano e dettagliato ad hoc piuttosto che prodotto in massa. Non è parte del fast-fashion, è uno di quei pezzi di qualità che richiedono tempo e pazienza per esser creati. Uno di quelli che dovrebbero venir passati di generazione in generazione.

C’È QUALCHE COLLABORAZIONE INTERESSANTE SU CUI STAI LAVORANDO ULTIMAMENTE?

La collaborazione su cui sto lavorando al momento è col brand londinese ENDRIME. Stiamo trasformando i miei tessuti in vestiti.