THE DUST BOWL, ALSO KNOWN AS “THE DIRTY THIRTIES.”

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Gli anni Trenta del Novecento hanno segnato uno dei momenti più drammatici della storia degli Stati Uniti d’America. Il crack finanziario di Wall Street del 1929, a cui segue la Grande Depressione e il consolidarsi del crimine organizzato prodotto dal proibizionismo sono solo alcuni elementi di una profonda crisi sociale ed economica che mina alle radici l’idea stessa di capitalismo e libero mercato. Il sogno americano, sino ad allora calamita potente per tutte le persone che aspiravano a cambiare la propria vita, perde il suo smalto. Le file di disoccupati nelle strade delle grandi città, i suicidi dei magnati dell’industria rovinati da un giorno all’altro, il fallimento di società e banche occupano le prime pagine di tutti i giornali del mondo. È un effetto domino che inevitabilmente tocca il cuore più solido dello spirito del paese, il mondo agricolo. I contadini, improvvisamente, oltre a soffrire del taglio dei crediti e dei prestiti bancari, devono fare i conti con quello che appare in tutto e per tutto come una punizione biblica.

Tra il 1930 e il 1939, le pianure centrali, in particolare quelle comprese tra gli stati meno sviluppati del Sud, sono colpite da una serie di tempeste di vento di potenza straordinaria che moltiplicano gli effetti disastrosi causati dalla lunga siccità in atto. I terreni coltivati si sono ridotti a lande desolate, una superficie di migliaia di chilometri quadrati si è trasformata in una sconfinata distesa di polvere che, sollevata dal vento, ricopre come un manto mortifero cose e persone.
 A nulla servono i disperati sforzi della popolazione per contenere i danni. È una situazione talmente forte dal punto di vista emotivo da venire ancora oggi utilizzata dal cinema americano, come si può vedere nel film ‘Interstellar’ di Christopher Nolan, dove l’evento è reinterpretato in chiave fantascientifica nella stessa zona teatro della desertificazione storica. I luoghi oggetto di quel disastro ambientale vengono definiti all’epoca come ‘Dust Bowl’, un catino di polvere. Dall’Oklahoma al New Mexico, dall’Arizona al Texas, dallo Utah all’Iowa, dal Nevada al Nebraska si crea un inferno inabitabile da cui tutti prima o poi cercano di fuggire.

Anche se al tempo non si parlava ancora di ecologia, né tantomeno di coscienza ambientalista, la sensazione era che si fossero sconvolti gli equilibri della natura. Le verdi pianure sottoposte a monocolture intensive non avevano resistito alla siccità e si erano irrimediabilmente indebolite. L’area era già economicamente depressa, abitata perlopiù da piccoli proprietari terrieri e lavoratori stagionali. Da questi luoghi parte un esodo apocalittico: migliaia e migliaia di famiglie caricano i loro poveri averi su mezzi di fortuna e si spingono verso Ovest, in cerca di un’occupazione qualsiasi nel tentativo di cominciare una nuova vita.
 La loro meta agognata è la splendente California, cantata come un rigoglioso Giardino dell’Eden dove ogni sogno può avverarsi. A un secolo di distanza dalla Corsa all’Oro, ancora una volta il Golden State attrae sognatori e disperati, alla ricerca non tanto di una possibile ricchezza quanto di un tozzo di pane con cui sfamarsi. Una migrazione che provoca disagio sociale e reazioni violente da parte di chi si sente minacciato dai nuovi arrivati, considerati come un pericolo e come branchi di animali. Le città impediscono loro l’ingresso, dirottandoli in grandi tendopoli ai margini dell’area urbana. Non mancano raid punitivi feroci per obbligarli a spostarsi altrove, polizia e vigilantes privati li perseguitano. Nessuno vuole questa massa di sventurati disposti a lavorare come braccianti per compensi irrisori.

È un’epopea violenta e senza speranza raccontata in modo magistrale dai libri di John Steinbeck e dalle canzoni di Woodie Guthrie. Una tragedia di fronte alla quale la politica non può rimanere insensibile. Il presidente Franklin Roosevelt e la sua amministrazione varano misure straordinarie, tese a supportare sia chi ha deciso di abbandonare la zona disastrata sia chi testardamente ha scelto di rimanere attaccato alla propria terra. In questo piano rientra anche una straordinaria operazione di documentazione filmica e fotografica affidata a grandi professionisti del campo. È grazie alle troupe mandate sul luogo che oggi conosciamo i volti di chi ha vissuto quella catastrofe.
Sono immagini spiazzanti di persone che pur nella estrema povertà dimostrano una grande dignità e una forza d’animo rimarchevole. Per la prima volta i rappresentanti di quella che è considerata la società più evoluta del pianeta, i WASP (‘White Anglo-Saxon Protestant’), vengono accostati all’idea di fallimento, una visione che anticipa quella dei popoli europei della Seconda Guerra Mondiale. I fotografi che tratteggeranno con forza e grande empatia questa vicenda sono entrati nella leggenda.
Le immagini di Dorothea Lange, Arthur Rothstein e Russel Lee rappresentano uno dei punti più alti della fotografia documentaristica di quegli anni, che si propone di sviluppare solidarietà e coscienza sociale nei confronti dei più deboli. È una scelta simbolica ben precisa che il New Deal Rooseveltiano propone a una nazione intenzionata a reagire alla depressione, ma da cui purtroppo si risolleverà solo grazie all’enorme sforzo bellico della Seconda Guerra Mondiale. Con la versione cinematografica del libro di Steinbeck, anche Hollywood presenta il modello esemplare della forte tempra morale del popolo americano, interpretato da John Ford, una vittima del ‘Dust Bowl’ che lotta per non soccombere e dare alla propria famiglia un futuro migliore.

Dalla documentazione prodotta risalta come il costume di scena protagonista in questo evento storico sia il denim. Un’umanità vestita, dalla culla alla tomba, in abiti da lavoro, che non poteva permettersi altro tipo di abbigliamento. Il tessuto blu nelle sue varie gradazioni di scoloritura, insieme all’ocra della polvere, sono l’elemento cromatico che contraddistingue il periodo storico. È una delle poche occasioni in cui il jeans, associato a libertà e indipendenza, si ritrova ad accompagnare un immaginario drammatico, in cui l’americano è il grande sconfitto.