CHRISTOPHE LOIRON INTERVIEW

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– DA DOVE DERIVA IL NOME MISTER FREEDOM?

‘Mister Freedom’ è il titolo di un film del 1969 del fotografo William Klein, una satira/parodia dell’imperialismo americano. Tutto ciò, nel bel mezzo della guerra del Vietnam. Non ho mai visto la fine del film, ma il nome è rimasto.

– COM’È INIZIATO IL PROGETTO MR. FREEDOM?

Non mi è mai piaciuta la pressione di sentirmi dire cosa fare, per cui farmi le mie cose è stata una mera questione di sopravvivenza per me. Non ho mai seguito un business plan, ho sempre calcolato quanto duro lavoro ci fosse da fare. Mi è sempre piaciuto il mood dei vecchi spacci di Esercito e Marina cui mio padre mi portava negli anni ’70. In pratica ho voluto ricreare quella vibra e quella shopping experience. Uno shop per tipi a cui mode e trend non fanno né caldo né freddo, ma che cercano stile e conoscono i propri classici. Non ero esattamente certo all’inizio di cosa Mister Freedom® sarebbe stato. Sapevo solo che non sarebbe stato dietro a ‘metrosexual’ fashion, importazioni cheap e approfittarsi del consumismo. Intorno al 2004, ho aperto lo store Mister Freedom® originale in Los Angeles, California. Ed era pieno di vestiti usati e vintage.

– IN CHE COSA CONSISTE IL PROGETTO MR. FREEDOM?

Per me, Mister Freedom® è il suo HQ in LA, e tutti quelli lì dentro. Tutto è sotto lo stesso tetto: il design studio, l’atelier, gli archivi, i campionari tessili, gli uffici e i 298 mq di spazio dedicato al punto vendita. La sezione shopping è un mix in evoluzione di abbigliamento, tessuti e accessori vintage dal tardo 1800 al 1970, insieme a tutti i modelli MF® originali che inventiamo ogni anno.

– PUOI SPIEGARCI COME MR.FREEDOM SI È EVOLUTO NEGLI ANNI?

Dopo un periodo come retailer con un partner in Kyoto, Giappone, ho iniziato dal niente, nel mio garage. Pile di vestiti e tessuti vintage che avevo collezionato nei mercatini delle pulci e altri spacci negli US, in Francia e Giappone. I designer venivano in cerca d’ispirazione. Il Giappone dall’inizio del ‘900 ha sempre avuto la mania del vintage, ma per la maggior parte i pezzi raccolti dovevano essere ‘nuovi stock vecchi’ o intatti per risultare interessanti. Intorno al 1995 stavo cercando roba stinta dal sole, rappezzata e malconcia. I designer la compravano per avere esempi di pattern, palette di colori e lavaggi tenui. Alquanto imbarazzante, temo di aver indirettamente preso parte alla spinta di quell’infelice look ‘vissuto ma invecchiato in fabbrica’ che appesta l’industria tessile tuttora… Quando l’abbigliamento vintage ha iniziato a impoverirsi, e io via via non ho più provato le solite botte d’adrenalina ai mercatini, ho cominciato a customizzare dei pezzi rendendoli ciò che io stesso c’avrei voluto trovare. Ho sperimentato con gli stencil, aggiungendo tasche, tagliando, modificando, stampando. I designer compravano anche quegli indumenti, il che mi ha persuaso a continuare in quella direzione.

– QUANTA GENTE LAVORA PER MR. FREEDOM?


Un gruppetto molto ristretto e unito di persone efficienti, competenti e operose. Qui non ci si può nascondere, quindi il lavoro viene sempre svolto.

– ESISTE UN BRAND MISS FREEDOM?


In generale, la moda femminile per me è troppo effimera per buttarmici dentro. Io testo qualsiasi cosa produco, per cui è meglio se me ne tengo alla larga comunque! Ho visto delle signorine davvero stilose indossare vestiti Mister Freedom® maschili, la mia ragazza per esempio. Queste signorine li sanno rendere femminili, e tendono a trovare più sexy Jean Seberg che una sfilza di Kardashians. È una questione di taglie e stili, mixati alla perfezione, e sicurezza di sé.

– PUI DIRCI QUALCOSA DI PIÙ SUL TUO VINTAGE SHOP?


Oggi la sezione vintage dello shop è circa il 50% dello spazio al piano inferiore. È la nostra fonte d’ispirazione per l’abbigliamento che confezioniamo, dividendo l’altra metà con l’arredamento. Una nutre l’altro, l’osmosi Mister Freedom®. Se sono in cerca di un pattern per una tasca, la forma di un colletto o gradazioni di verde, butto un’occhiata agli scaffali per l’ispirazione. Ciò che compro nell’abbigliamento vintage è sempre un riflesso del mood e della vibra dell’attuale o futura collezione, quindi la nostra selezione è bella eclettica. Nella sezione vintage c’è tutto ciò che c’ha portato a fare quello che facciamo. Dalla collezione del nostro gangster francese del ‘900 ‘Les Apaches’ alla nostra linea con l’hi-tech dei ’60-’70 ‘Sea Hunt’, ci sono migliaia di pezzi vintage nel nostro archivio di vecchie chicche.

– VUOI RACCONTARCI DI COME TI SEI SPOSTATO DALLA FRANCIA A LOS ANGELES?

Mi sono trasferito in California nel 1990, dopo aver concluso il mio periodo di leva obbligatoria nella Marine Nationale (la marina francese), ed esser stato in giro nell’Oceano Indiano per un anno e mezzo. Da bambino ho vissuto  in Africa, e girovagare dà dipendenza. L’America era la terra promessa per il sognatore che ero, Hollywood me l’aveva venduta bene. Lì è dove son nate molte delle cose di cui son appassionato, dal Rock and Roll ai GI Joe, per cui sono ancora qui a esplorarla e cavarmela dopo 25 anni.

– QUAL È STATO IL TUO PRIMO PEZZO AD AVER SUCCESSO?

Niente di ciò che ho prodotto è mai stato ‘di successo’, stando agli standard dell’industria fashion. Sto in una nicchia, e son davvero felice che i nostri clienti ci permettano di fare ciò che facciamo. Il primo paio di jeans l’ho disegnato intorno al 2007, gli stranamente oscuri ‘7161 Utility Trousers’, che destarono un po’ d’attenzione in un momento in cui ogni jeans era una reinterpretazione del Levi’s ‘501’.

– ARRIVI DAL MOND FASHION… O FORSE HAI AVUTO DELLE ORIGINI ‘SARTORIALI’ PRIMA DI FONDARE MR.FREEDOM?

Nessuna scuola di fashion per me, la mia educazione sull’abbigliamento s’è formata gradualmente grazie alle copertine dei dischi e ai vecchi film. A quel proposito ho capito presto che era più facile avere la maglia di Elvis, che il suo talento, e che Cool Hand Luke aveva un look più figo di quello dei miei compagni di classe. Ho iniziato a personalizzare i miei vestiti a 15 anni, anche se ‘il sarto’ era l’ultima occupazione che mi sarei aspettato di trovarmi a fare… faccio molta attenzione ai dettagli e ho una memoria fotografica abbastanza buona per forme e colori. Quando alla fine ho iniziato a confezionare vestiti come lavoro, ho messo a frutto tutte queste influenze. Non sono né un tecnico né un esperto in niente. So giusto qualcosa di molti argomenti, e ho una boccaccia.

– QUALI SONO I PRINCIPALI STEP NELLA TUA RICERCA VINTAGE? QUAL È L’ITER ATTRAVERSO CUI CREARE OGNI COLLEZIONE?

Un’intervista, una vecchia foto, un documentario, un libro che ho letto possono tutti suscitare un interesse improvviso e finire per diventare un’intera collezione. Di solito quello su cui sono al lavoro diventa un’ossessione, e io sono così insaziabile da voler imparare tutto quanto posso in materia che spesso i pezzi passano in secondo piano! Amo anche condividere ciò che ho appreso quand’è ora di lanciare e presentare ogni modello di una linea. Dedico più tempo a Ricerca e Sviluppo di quanto dovrei, ma ciò mi dona un senso di gratificazione e utilità che il lavoro nell’industria del fashion non offre.

– QUAL È IL PERIODO STORICO PIÙ RILEVANTE PER LA TUA ISPIRAZIONE? C’È UNA GUERRA IN PARTICOLARE CHE T’HA ISPIRATO? E UN’UNITÀ MILITARE SPECIFICA?

Le guerre non m’ispirano. Sono tutte tristi. Purtroppo, solo i morti hanno visto come sono andate a finire. E alcuni conflitti sono stati più pompati di altri. Tuo nonno era un aviatore nella 2′ Guerra Mondiale? Figo! Sai qualche storia di guerra? Tuo zio era un soldato semplice in Vietnam? Oh, mi spiace. Di solito è questione di come una guerra è stata ‘venduta’ da quelli a cui serviva l’opinione pubblica dalla propria per pagarle. Non ci casco più, gli anni mi hanno reso un po’ più scettico. Quello che mi affascina è ciò che l’Uomo può fare. Il buono e il cattivo. Quando vedo qualcuno fare qualcosa di davvero stupido, ciò che mi viene in mente è “Mmh, lo stesso genoma umano che è arrivato sulla luna, è tutto ok”. Gli uomini in guerra sono capaci sia di cose orribili che ammirabili. Non giudico perché non sono mai stato in combattimento, ma quei tizi sono molto più interessanti da studiare che un qualsiasi mago della PlayStation. Ora come ora m’interessano i periodi dell’Indocina e Vietnam, consapevole di quanto sia delirante avere un’opinione solida sulle questioni attuali.

– QUALI SONO LE ICONE PIÙ IMPORTANTI DEL MONDO DELL’ABBIGLIAMENTO? DA QUALI BRAND TRAI ISPIRAZIONE?

Senza offesa, ma non guardo a quello che fanno gli altri. Non sono tanto portato per il menswear contemporaneo. Penserai che invece tenda ad apprezzare le vecchie label. Ma i brand che sono stati in giro per anni non sono immuni alla manifattura pacco, a delocalizzare per soddisfare gli azionisti guidati dal profitto o a cadere in trend imbarazzanti. Sono sicuro ci sia gente super che fa abbigliamento, ma sono più interessato alla loro etica che alle loro collezioni.

– COSA NE PENSI DELLE COLLABORATION COLLECTIONS?


Se l’abbinamento ha senso, immagino ne abbia anche il prodotto. Quando la collaborazione è una mera mossa di marketing, credo si veda.

– DAL 2006 COLLABORI CON SUGAR CANE… VUOI DIRCI QUALCOSA IN PIÙ?

A mia insaputa, un team ‘sotto copertura’ da Tokyo Enterprises (Sugar Cane Co) stava venendo in negozio da anni, a comprare vestiti vintage per ispirazione. Un giorno del 2006 Mr. Tanaka (divisione vendite) e Mr. Fukutomi (creatore di pattern) si presentarono e ventilarono l’ipotesi di una collaborazione: io arei disegnato un paio di jeans, loro li avrebbero confezionati in Giappone, sotto l’etichetta MfxSC. Ci stringemmo la mano. Per convincere me stesso che il mondo aveva bisogno di un altro paio di jeans a cura di un amatore, mi son inventato la scena di un operaio navale americano dei ’30 che aveva aggiustato dal nulla una salopette da lavoro, usando qualsiasi scampolo di tessuto avesse trovato in casa, senza nessuna abilità sartoriale… oggi mi riferisco a quei ‘7161 Utility Trousers’ come Franken-jeans. Nel 2006 Sugar Cane decise che per loro era l’ora di uscire dal limite delle repliche, e pensò che il mio background vintage avrebbe dato vita a una collaborazione vitale. Io ero onorato già solo che loro sapessero chi ero. E oggi creiamo due collezioni all’anno.

– DI CERTO IL DENIM NON MANCA NELLE TUE COLLEZIONI… QUALI SONO I TUOI TESSUTI PREFERITI? E QUALI I DETTAGLI CHE APPREZZI MAGGIORMENTE NEI JEANS?


Non sono un esperto di telai a navetta. Sono abbastanza a disagio quando la discussione si fa troppo emozionalmente legata a tessitura/trama/basettoni. Ho smesso di fissarmi il pacco, documentandone il processo d’invecchiamento sui social. Credo che l’evoluzione del denim sia un piacevole effetto collaterale dell’indossare calzoni comodi e robusti. Ma a me fa piacere possedere un pezzo ben costruito, che ho lavorato duro per permettermi, e che è stato prodotto eticamente da un’azienda che rispetto. Abbiamo fatto un classico 5 tasche nel 2009, il Mister Freedom® ‘Californian’, ovviamente una ripresa dell’iconico ‘501®’ del ’50, disponibile da allora in vari denim. Ho sempre pensato che indossare i jeans sia un atto di stile neutrale, la prima cosa che peschi dall’armadio alla mattina, o che metti in valigia per i viaggi. Il mio ‘Californian’ mi segue quando parto. Oggi c’è una valanga di brand, modelli, tagli. Glitter sulle tasche posteriori, contest di cucito, lavaggi ‘vintage’, ornamenti dei marchi… Addirittura vieni invitato dalle label a sponsorizzare il loro nuovo 5 tasche su kickstarter… per cui, sì, c’è del denim nelle nostre collezioni, ma Mister Freedom® non è mai stato un brand denim.

– PER FINIRE, QUAL È IL VESTITO CHE TI OSSESSIONA DI PIÙ? E ILPEZZO CHE NON PUÒ MANCARE NEL GUARDAROBA MASCHILE?


Un Peacoat 10 bottoni originale della marina americana pare che non faccia mai sembrare stupido nessuno, il che è uno step decisivo nella scelta del guardaroba. Detto questo, la gente dovrebbe indossare quello che vuole, a patto che la manifattura di ciò che vuole segua un’etica rispettosa.