MASSIMO GIACON ITW – THE WEIRD FACE OF POP

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Abbiamo fatto una piacevole e istruttiva chiacchierata con Massimo Giacon, eclettico fumettista e designer in primis, ma anche artista, musicista e performer dallo stile ‘weird-pop’ – difficilissimo etichettarlo.
 All’inizio, parallelamente al progetto Trax con le sue ‘sperimentazioni underground’ (è l’antenato del sovversivo collettivo Luther Blissett, da cui il gruppo di scrittori ‘senza nome’ Wu Ming), i fumetti di Massimo si son fatti notare prima su Linus, Frigidaire, Nova Express e altri mag, poi anche The Artist, XL di Repubblica, edizioni Panini e via dicendo. Così come in campo design Giacon ha creato accessori e pezzi davvero azzeccati per aziende quali Swatch, Artemide e soprattutto Alessi (un must-have il tappo per vasca Mr Suicide) – per non parlare delle sue ‘malate’ sculture in ceramica realizzate per una delle tante mostre e poi ‘sfuggite al suo controllo’. Massimo ha inoltre insegnato e insegna per istituti di fumetto e design, vanta svariate collaborazioni e performance in vari ambiti, e (fedele a una certa ‘attitudine punk’) ama arricchire ogni idea col suo tipico ‘elemento di disturbo’ creativo… Quello di Giacon è letteralmente uno stile ‘weird e pop’ al contempo, in perfetto equilibrio fra i due – più o meno weird e/o pop a seconda di occasioni ed esigenze – in ogni caso le soluzioni di MG ironizzano sulla ‘faccia bizzarra del pop’, i moderni ‘epic-fail’ di chi rincorre un ideale ma non ce la fa. Ecco perché i suoi soggetti spesso sono goffi supereroi, timidi sex-freak, creep & weirdo, improbabili cosplayer e teneri non-morti o mostriciattoli più dannosi per loro stessi che altri.
Non è un caso se uno dei suoi tanti progetti di arte applicata – che han toccato Italia, America, Canada, Russia, Grecia, Portogallo e Svizzera – fosse intitolato ‘The Pop Will Eat Himself’, quasi a sottolineare una personificazione del ‘mostro pop’ che si rivolta contro il suo ‘scienziato pazzo’ (come nei più classici cult horror/sci-fi)… Chissà se alla fine andrà proprio così – tra le varie cose Massimo ci spiega anche questa.

ERI NEL PROGETTO TRAX – QUANT’È STATA VITALE PER IL TUO FUTURO QUELL’ESPERIENZA ‘UNDERGROUND’?



Il progetto Trax è nato un po’ per caso, soprattutto da un’idea di V.Baroni e P.Ciani, di cui io ero il ‘braccio disegnato’, all’inizio mi avevan coinvolto in modo sporadico ma poi ho fatto parte del gruppo nativo. Ognuno veniva da background diversi, io avevo appena iniziato coi fumetti, e da quell’esperienza ho capito che coi fumetti volevo lavorarci in modo diverso dal semplice “voglio entrare in quel mondo e farne parte”, ma volevo esplorarne le potenzialità… contemporaneamente vivevo impulsi che venivano dalla musica e dalle arti sia colte che più ‘laterali’. Trax era un convogliatore di esperienze; dalle fanzine all’arte postale, dai situazionisti ’70s al punk e alla new wave, e di tutte queste scene ne costituiva l’antologia in un tempo in cui non esisteva la rete, se non quella postale: ‘una rete prima della rete’ (e molti di quelli che facevano arte postale cercavano spesso di ‘forzarla’, tipo mettendo un francobollo su una fetta di mortadella o su un ceppo di legno e provando a spedirli)… La rete di oggi ti dà possibilità che prima non avevi, infatti ora è molto difficile parlare di ‘underground’ come concetto; allora voleva dire autoprodursi delle cose coi propri piccoli mezzi e sfruttare ciò che c’era allora per diffonderle. In più il concetto di underground sta anche nell’autoprodursi delle cose a proprio rischio, perché gli editori non te le pubblicano dati forma e/o contenuto: negli anni ’60-’70 se pubblicavi qualcosa di osceno o politicamente inadatto finivi in galera, ora è dura finirci per qualcosa che ti autoproduci, a meno che non lo fai in un paese in cui certe cose son vietate.

HAI PUBBLICATO FUMETTI PER GIORNALI IMPORTANTI APPENA MAGGIORENNE, E SEMPRE NEGLI ’80S SEI ENTRATO IN STUDI D’ARCHITETTURA-DESIGN (SOTTSASS SU TUTTI, RICORDATO DA TE NEL LIBRO A FUMETTI ‘ETTORE’); CV A PARTE, IL DESIGN HA INFLUENZATO IL TUO SEGNO GRAFICO?



Non inizialmente, perché devo dire che il design mi interessava molto relativamente, e ci sono finito casualmente; se Ettore Sottsass non si fosse accorto di me leggendo i miei fumetti e non mi avesse fatto notare quanto i nostri segni (pur non conoscendoci fino a quel momento) avevano elementi paralleli e contigui, il design per me sarebbe sempre stato un territorio effettivamente poco battuto, se non con collaborazioni sporadiche – ma Ettore mi ha introdotto al mondo dell’oggetto, e senza troppi discorsi complicati mi ha fatto capire di come non si trattasse di qualcosa di marginale, ma di quanto fosse inserito nel processo della società in cui viviamo e in cui s’è vissuto fino a oggi.

HAI UN NOME RISPETTATO SIA IN CERTE SCENE ‘UNDERGROUND’ SIA NEL DESIGN DI SERIE-A, DA LOW-BROW A HIGH-BROW QUASI – MA UNO STILE ‘WEIRD’ SUPER RICONOSCIBILE – PIACE PROPRIO A TUTTI?



Be’ io ho avuto la fortuna di poter fare le mie cose in un ambiente in cui c’erano i soldi, a diciannove anni pubblicavo per Linus e Frigidaire, a ventuno lavoravo con Sottsass, che era al top del design allora – per cui propriamente underground forse non lo son mai stato, o solo in certe cose (ma quando ho iniziato nella scena punk e new-wave ’80s per noi ‘underground’ era una cosa vecchia, stile anni ’70) – underground ormai è un termine comodo e abusato, bisognerebbe inventare parole nuove… Però riconosco di appartenere in un certo senso a questo mondo. Allo stesso tempo per colpa del mio stile non sono nemmeno così ‘mainstream’; nell’industria appunto mi definiscono un po’ disturbante – e a me piace – perché non lo faccio apposta, non sono pacificato col mondo, e questa vena viene sempre fuori. In più sin da piccolo amo istintivamente le cose più strane e strambe anche all’interno dei codici del bizzarro stesso… Alla fine, sai, se sei uno che non è veramente uno specialista in nessuno dei campi di cui si interessa, la nostra società tende un po’ a non capirti e non prenderti mai troppo sul serio – la cosa divertente per me è che vengo recepito in maniera diversa nei vari ambiti (design, fumetto, arte, musica ecc) ma via via come appartenente a un’altra categoria, come dire “Bravo, bravo, ma non è dei nostri”!

A FINE ’90S C’È STATA LA RINASCITA DEL POP IN USA, COME RACCONTAVI, ‘POP-SURREALISM’, O ‘NEW-POP’ (QUELLO DI JUXTAPOZ); SEI VICINO A QUEST’ESTETICA?

Verso fine ’90s-inizio 2000, dopo che R.Williams aveva avviato Juxtapoz a dir suo “come risposta all’arte minimale e concettuale supportata dalla cultura high-brow. Contro una società che promuoveva un’arte ‘punitiva’ e mortificava le arti figurative del nostro secolo”, il low-brow americano mano a mano nel tempo è stato sempre più accettato, e paradossalmente questo new-pop esiste da molto più del pop di Warhol e Lichtenstein (dura da oltre vent’anni) – i fenomeni davvero dirompenti vivono poco, di solito, e questo non è un fenomeno dirompente, diciamo che si sta dimostrando più che altro una costante – e non finirà mai perché si basa su scenari che piaceranno sempre (custom-culture, comics, tattoo ecc) e su nuovi scenari (pensiamo a tutto il mondo della street-art e dell’arte pubblica, che risponde all’esigenza di interpretare la contemporaneità ANCHE attraverso opere figurative). Di contro è un’estetica che può essere a volte statica – priva di una visione politica del mondo – salvo rare eccezioni. Nel mio piccolo, avendo una cultura e un background europeo, credo però possa esistere una ‘declinazione europea’ del pop, un po’ più consapevole. Infatti per me ogni progetto è un lavoro diverso, da italiano nato con determinate letture e maestri, per me la cultura del progetto è molto importante – in ogni caso sì, m’è sempre piaciuto mettere un certo elemento ‘di disturbo’ in tutto ciò che faccio.

C’È QUALCHE ARTISTA LOW-BROW USA CHE APPREZZI?

Non amo particolarmente Mark Ryden, tecnicamente fa paura ma il suo effetto weird mi suona troppo studiato a tavolino (non è neanche ‘vitale’ nel tutto, né così disturbante), invece Robert Williams è sempre potente nel suo lavoro perché ha una costante di non rassegnazione al benessere, e questo traspare dai suoi lavori: c’è qualcosa che ‘non va’. Ci son pochi autori che in pittura riescono ad avere qualcosa che ‘non funziona’ e a fartelo percepire. In ambito underground cito Joe Coleman che è un pittore davvero disturbante – un autore di culto, un pugno allo stomaco (se parlo di lui molti dicono che è pesante, ma di quanti puoi dirlo?) e tra i giovani c’è anche Gregory Jacobsen, che ha pure un gruppo chiamato Lovely Little Girls, ed è da tener d’occhio; fa pittura con una tecnica degna di Bosch e dipinge cose davvero weird, così come la band fa musica davvero inclassificabile…

COME HAI DETTO SEI IN PRIMIS UN FUMETTISTA – “PUNTO DI PARTENZA E D’ARRIVO” – CHE NE PENSI DEL TERMINE ‘GRAPHIC-NOVEL’, È SINONIMO DI FUMETTO?

Be’ dipende quanto te la tiri! No, sto scherzando. Se dici che fai graphic-novel magari oggi vieni pure considerato ‘in un certo modo’, ma io quando faccio fumetti non amo esser chiamato graphic-novelist; tendo a preferire fumettista – ma semplicemente perché, nel mondo del fumetto, non mi limito a fare quello, ma faccio anche strip, racconti brevi, fumetto di genere. Esiste una definizione corretta per ogni modo di raccontare con il fumetto. È come con il cinema, le serie televisive, le sitcom, le fiction, i cartoons, i documentari ecc… si chiamano in modo diverso perché pur essendo tutte immagini in movimento con un sonoro sono modi radicalmente diversi di raccontare.

CIRCA LA TUA ICONOGRAFIA E LA SUA DECLINAZIONE IN PROGETTI PIÙ ‘UNDERGROUND O ISTITUZIONALI’, QUALI SONO LE MIGLIORI FOLLIE CHE HAI POTUTO CREARE? DA COSA E COME LE HAI ‘DIFESE’ IN ENTRAMBI I CASI?

Due progetti molto diversi, il primo si chiama Boy Rocket ed è un libro che ha avuto un iter abbastanza disgraziato. Scritto da Mimì Colucci, è stato pubblicato da Coconino a puntate sulla rivista Black, poi è stato raccolto in albo dall’editore Black Velvet, ma ne abbiamo pubblicato un solo volume e non siamo riusciti a pubblicarne la conclusione con un secondo, perché la casa editrice Black Velvet chiuse i battenti e non abbiamo trovato più nessuno disposto a pubblicare una tale stranezza (un racconto con serial killer adolescenti, viaggi nello spazio e nel tempo, riti magici e trash a gogo), ma dal momento che anche a Lynch hanno permesso di fare un nuovo Twin Peaks ancora più radicale del primo, forse prima o poi ci sarà la possibilità di finire anche il nostro libro. Il secondo progetto andò in porto, si chiamava Sexorcismo e fu una memorabile mostra happening sul mondo porno-fetish ma con un certo grado di sbarazzino spirito comico di cui in rete si trova ancora il catalogo e un breve video-documento.

HAI COLLABORATO ANCHE CON AUTORI COME D.LUTTAZZI E T.SCARPA – CAMBIA MOLTO LAVORARE CON ALTRI?

Sì, e dipende molto anche dall’autore col quale collabori. Con Luttazzi è stato un lavoro davvero preciso perché lui aveva le sue idee, la sua sceneggiatura, sapeva già bene quello che voleva, e io ho dovuto sforzarlo un bel po’ per convincerlo che certi passaggi erano da ‘sistemare’ perché funzionassero in un fumetto (è stato comunque un lavoro stimolante e interessante per tutti e due). Mentre con Tiziano è stato un vero e proprio progetto a quattro mani perché ci conosciamo da una vita, abbiamo aggiustato il tutto mano a mano che andavamo avanti (siamo amici fraterni e quindi ascoltiamo le idee dell’altro) – infatti quel lavoro poi è diventato anche uno spettacolino che portavamo in giro, con un video creato ad hoc per il live in cui lui leggeva il libro e io lo sonorizzavo al momento.





FAI PURE DELLE CERAMICHE DA PAURA, LE HANNO DETTE MALATE, PERCHÉ? LA LORO MOSTRA AVEVA UN TITOLO MOLTO ELOQUENTE, CREDI ANCORA CHE ‘THE POP WILL EAT HIMSELF’?

Premesso che The Pop Will Eat Itself era una band UK anni ’90 che amavo molto (avevan pure connessioni con Alan Moore!), la mostra The Pop Will Eat Himself è un lavoro che ogni tanto mi crea delle perplessità perché era nato diversamente. Erano una serie di stampe di creazioni 3D e di disegni che raffiguravano personaggi ‘malati’ o con qualcosa di malato – ed era proprio la “incarnazione del pop malato” – poi son stato contattato da un’azienda di ceramiche e i disegni son diventati degli oggetti. Solo che alla fine mi chiedo se questi oggetti non abbiano preso un po’ loro il potere – ed è come se fossero diventati delle creature vere e proprie – e incarnandosi sembrano dirmi “Guarda che noi non siamo poi così malati. Anzi, siamo una delle cose che ti fan fare soldi, continua così, continua a mettere al mondo cose come noi!”. Paradossalmente, il pop invece che mangiare se stesso forse sta mangiando me…

SOPRATTUTTO PER MOSTRE-PERFORMANCE SAPPIAMO CHE AMI STUPIRE, CREARE UN EVENTO MEMORABILE, PERCHÉ E COME ‘TI REGOLI’ QUI?

Quando posso e la galleria me lo concede cerco di studiare qualcosa in più, qualcosa di ‘oltre’ la classica esposizione. Ogni volta che ho fatto una mostra che considero d’arte l’ho sempre accompagnata con una performance ad hoc. Una volta avevo un’esposizione sul rapporto reale-immaginario – coi miei personaggi dei fumetti e la loro buffa parte cosplayer in mostra – e io all’opening ero in costume da supereroe sfigato, con un cartello da mendicante che chiedeva l’elemosina per via del superpotere inutile: disegnare a due mani, per cui durante quella performance la gente mi faceva la carità e io disegnavo a due mani – oppure altre idee non so, avrei fatto ritratti alle persone ma bendato, o disegnare nudi standomene nudo!… Mi è piaciuta molto l’esperienza di XL. Un’esperienza nata da un gruppo di disegnatori provenienti da diversi ambiti underground, e che poi è stata una palestra per altri autori importanti (come il gruppo dei Super Amici ecc). Mi piaceva proprio perché quando andavamo alle fiere tipo Lucca Comics o Comicon di Napoli eravamo un po’ dei marziani: regalavamo copie della rivista, facevamo dediche a tutti, in più cercavamo di far mostre diverse dall’esposizione canonica (tipo a Napoli avevamo fatto tutta una serie di fumetti che prendevano in giro la canzone napoletana, i neo-melodici e il rap napoletano – a nostro rischio e pericolo!) ed era divertente. Ora che non esiste più XL, che era molto criticata come “la rivista che vuol fare l’underground coi soldi di Repubblica”, posso dire che per me era in pieno spirito punk: riuscivamo a essere punk e farci un po’ di soldi alla faccia del gruppo Espresso, e a far delle cose che a Repubblica non piacevano affatto (infatti volevan buttar fuori i fumetti da XL nonostante il direttore Luca Valtorta tenesse duro, mentre poi abbiam avuto le prove che molti compravano il mag solo per i fumetti in generale)!


E PURE RIGUARDO LA MUSICA HAI IDEE E GUSTI STRANI (STRUMENTI, SHOW E COSTUMI BIZZARRI) EH?


Sì mi son sempre piaciute le cose strambe anche nella musica (i miei riferimenti sono molto diversi: Kraftwerk, Devo, Aphex Twin, ma anche Sparks, Gwar, Tubes, Cramps, PIL), è una parte importante del mio lavoro ma non l’ho mai fatta come lavoro. Sembra un paradosso ma è così. Suonavamo con strumenti raffazzonati, ci mettevamo un po’ d’elettronica ma pure le tastiere Farfisa per bambini comprate al mercato, manipolavamo circuiti, esasperavamo distorsioni ecc – m’è sempre piaciuto lavorare così. All’epoca c’era un’attitudine molto più sperimentale, giocavi con le macchine e coi cavi, adesso c’è il computer ed è tutto più facile, io uso Logic e mi rendo conto che ora magari ci metto cinque minuti a creare suoni che invece una volta impiegavo ore per costruire.

CLASSICO FINALE: PROGETTI FUTURI CHE CI VUOI-PUOI SVELARE?

Sì, volevo fare una mostra un po’ auto-punitiva chiamata ‘Famiglia Allargata’, avrei disegnato 365 giorni all’anno ciò che vedevo in tv, per una mostra di 365 disegni sulla nostra ‘famiglia allargata’ appunto, perché alla fine ti rendi conto che hai molta più familiarità coi personaggi tv che non coi tuoi parenti! Poi questa cosa è diventata un libro che sto facendo per Panini, 100 serie viste da me, che non son 100 recensioni delle serie migliori o di quelle più belle, ma sono 100 serie che ho effettivamente visto. Per cui dentro ci sono cose obiettivamente orrende. Anche di questo lavoro mi piacerebbe far un’esposizione, magari in una galleria molto buia, niente luci, consegnando una torcia ai visitatori che dovranno illuminare i ritratti per poi scoprirli ricoperti di ragnatele, mentre in sottofondo c’è un coro di voci tipo ‘medley-gregoriano’ fatto di colonne sonore di serie-tv, come fosse una messa!