HOW PHOTOGRAPHY DEFINED THE AMERICAN DENIM ITW FEDERICO SORRENTINO

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-Ciao Federico, dove e quando sei nato e dove vivi attualmente?

Sono nato a Reggio Emilia nel 1986 e al momento vivo tra Milano e Londra, lavorando principalmente in Europa.

-Quali sono i set o i generi fotografici in cui sei attualmente impegnato?

Sono un fotografo di moda e la mia principale occupazione a livello commerciale sono i set di moda e i magazine di settore.Proprio prima di questo lockdown che ci ha costretti a stare a casa, ho collaborato alla realizzazione di due campagne per due diversi brand, una scattata qui a Milano e l’altra a Fuerteventura che è stata il mio ultimo viaggio, a fine febbraio. Il risultato mi ha dato molta soddisfazione.L’ultimo lavoro scattato in assoluto è stato un editoriale uomo per un magazine maschile. Il mio lavoro mi permette di viaggiare molto, ma da quel momento ho iniziato a lavorare sul mio archivio a pellicola, quindi su progetti già realizzati ma ancora inediti e che verranno pubblicati prossimamente. Inoltre ho ripreso una parte della mia carriera da insegnante di fotografia, tenendo seminari online e collaborando con gli studenti per un’importante scuola di moda a Londra.

-Come potremmo definire l’idea di fotografia che esprimi?

Penso che la mia fotografia sia fortemente caratterizzata da un’attenzione alle linee, alle geometrie e alle prospettive. I soggetti umani si fondono con l’ambiente circostante di città, edifici e paesaggi, producendo un senso di armonia tra forme e colori. Ho sviluppato un senso naturale dell’estetica, usando la luce naturale e rappresentando i miei soggetti in un atteggiamento rilassato e spontaneo. Amo sperimentare sia in analogico che in digitale, passando dalla camera oscura alla postproduzione avanzata, ma il mio debole è l’analogico e sono un collezionista di vecchie macchine fotografiche e polaroid.

-Come credi sia cambiata la fotografia in questi ultimi anni?

Ho iniziato la mia carriera assistendo un fotografo che scattava in banco ottico, conosco bene tutto il processo di creare una foto e del tempo che serve per realizzarla.Penso che oggi il fattore temporale sia a svantaggio del processo fotografico: non si dà ai fotografi il tempo di pensare e di scattare una bella fotografia, devi rispettare costantemente le scadenze e lavorare a un ritmo frenetico. Serve tutto subito. Questo penso sia il motivo per cui la fotografia è cambiata e ad oggi si producano molti contenuti ma non sempre belle immagini.

 

-Oggi si fotografa molto e si comunica più per immagini che attraverso le parole.

Cosa pensi di questo trend?

Penso che oggi le immagini, come dicevo prima, siano molto veloci e immediate per comunicare, soprattutto in un settore come la moda, dove ogni giorni vengono create tantissime immagini per vendere il capo di un brand. Sicuramente sono più efficaci delle parole, possono trasmettere il mood e l’attitude. Ma il risultato del “tutto subito” e la grande quantità di contenuti da cui siamo bombardati ogni giorno è che, alla fine, non prestiamo abbastanza attenzione a ciò che vediamo. Il problema è nella quantità, non nelle immagini stesse.

-Quali sono le esperienze che ti hanno fatto crescere di più a livello lavorativo nella tua carriera presente e passata?

Dopo gli studi in Scenografia teatrale all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ho iniziato a lavorare come commesso in un piccolo negozio di fotografia vicino a Reggio Emilia. Ho dovuto insistere molto per farmi assumere all’epoca! Ma la mia tenacia mi è stata utile lungo il corso della mia carriera. È stato l’inizio di un’inaspettata e graduale passione che mi ha portato a interessarmi sempre più alle tecniche fotografiche e ad approfondire la conoscenza degli strumenti da proporre ai clienti. Ma dopo un paio d’anni, ho sentito che era tempo di cambiare. Ho cominciato a lavorare come assistente in diversi studi fotografici a Milano, una città ricca di stimoli, soprattutto nel campo della fotografia di moda. Queste esperienze mi hanno aiutato a sviluppare le mie capacità, mettendomi alla prova e sperimentando, grazie anche a una parentesi all’estero, tra Londra e New York, che mi ha permesso di metter a fuoco il mio stile e di affinare gusti e influenze. Ben presto sono arrivate le prime soddisfazioni: a 25 anni mi hanno chiesto di insegnare fotografia all’Istituto Marangoni, rinomata scuola di fashion e design, e ho iniziato a realizzare shooting fotografici per testate italiane e internazionali. Come spesso accade, la strada giusta s’imbocca perdendosi o per pura casualità.

-Con quale corpo macchina e con quali obiettivi stai lavorando?

Io lavoro principalmente in analogico, sono un nostalgico 🙂 lavoro anche in digitale quando mi viene richiesto per lavori in cui servono tante immagini e la deadline è molto stretta. Uso principalmente una Pentax 6×7 medio formato e la lente che prediligo è il 90mm; affianco sempre al medio formato la mia Nikon F90 con 50mm quando mi serve avere più velocità nello scatto. Ho anche altre macchine che utilizzo principalmente quando scatto i miei progetti e sono una Fujica 6×9 e una Contax G1 con 45mm.

-Qual è la cosa che trovi più difficile fotografare e quella che invece ti gratifica o ti esalta di più?

Paradossalmente trovo più complesso fotografare la moda perché è una fotografia “costruita”, per quanto io cerchi sempre di esprimermi in modo naturale. Quello che mi piace di più invece sono le foto che faccio quando sono in viaggio, quando sono per lavoro in giro per una città o in una location, mi piace molto raccontare quello che vedo e l’autenticità del posto in cui sono.

-Le foto che pubblichiamo richiamano la cultura americana, puoi raccontarci quando e perché hai scattato queste foto?

Il mio interesse per l’America è iniziato in modo inconsapevole quando avevo 12 anni, periodo in cui ho iniziato a giocare a Basket.  Ovviamente ero affascinato dai giocatori del basket NBA, ma anche dalle sneakers dell’epoca, tipo le Jordan 1. Crescendo mi sono avvicinato alla cultura HipHop, sia la musica, che i graffiti e i b-boy, facevo parte di una crew di breakdancer. Non ho mai abbandonato questi interessi e credo che, nell’entrare nel mondo della fotografia, per me sia stato un passaggio spontaneo orientarmi verso il filone americano, seguendo un forte richiamo per i fotografi dagli anni ’30 agli anni ’80. In tutti questi anni ho sempre sognato di poter andare negli Stati Uniti per vedere, e soprattutto fotografare, tutto quello che avevo sempre visto tramite film, libri e video. Ho iniziato un progetto sugli Stati Uniti nel 2014 e da allora sono tornato diverse volte per lavoro e per piacere, per poter catturare quell’atmosfera nostalgica che ancora si può trovare nelle zone più remote d’America, e renderla attraverso i miei occhi, con un approccio fresco e contemporaneo.

-Oltre al punto di vista fotografico cosa ti ha colpito dell’atmosfera e dello spirito del viaggio?

Sicuramente gli ampi spazi e la varietà della natura: in pochi chilometri puoi passare dalle vette dello Yosemite National Park, tra orsi, gigantesche sequoie e cascate a 5 gradi e 3000 metri di altitudine, alla Death Valley, 45 gradi e fino a 86 metri sotto il livello del mare attraversando una miriade di paesaggi inaspettati tra le dune e i saliscendi;  oppure a Palm Springs, in cui in 15 minuti sull’Aerial Tramway puoi passare dal Sonoran Desert fino alle San Jacinto Mountains, attraversando 5 differenti zone di vegetazione e con un’escursione termica equivalente a quella che si percepisce guidando dal Messico al Canada.  Le grandi città, immense e frenetiche, in cui convivono forti contrasti e stili di vita agli antipodi e puoi incontrare molte culture diverse. Mi ha anche molto colpito il fatto che siano un simbolo di grande sviluppo, eppure uscendo ci si scontra con località in cui il tempo sembra essersi fermato.Ogni volta scopri qualcosa di nuovo e non ti sembra quasi possa appartenere tutto allo stesso Paese, e rimani lì, così affascinato, che la curiosità sembra non possa mai esaurirsi e i chilometri scorrono veloci senza accorgersi.

-Hai dei punti di riferimento nell’iconografia e nella storia della fotografia americana?

Provo grande fascino quando sfoglio le foto della FSA (Farm Security Administration). Uno dei suoi grandi rappresentanti è Walker Evans, e oltre a lui Dorothea Lange, Russell Lee, Gordon Parks, per citarne alcuni.Sono stati molto importanti per il contributo che ci hanno lasciato di quel periodo storico, relativo alla Grande Depressione. Altri importanti riferimenti sono The Americans di Robert Frank, direi una sorta di Bibbia per la fotografia documentaristica, e l’antologia di Ansel Adams, che scattava in banco ottico e Polaroid, per la fotografia paesaggistica.Per quanto riguarda il colore mi ispiro molto a William Eggleston principalmente, senza trascurare Stephen Shore, Lee Friedlander, Fred Herzog e Joel Meyerowitz.

-Trovi qualche differenza di approccio, di stile o di tecnica tra la fotografia italiana e americana?

Per certi versi trovo la fotografia americana molto più vera, spontanea in linea con il mio modo d’essere; anche nei fotografi americani a cui mi ispiro, leggo sempre una sorta di leggerezza e autenticità senza troppe costruzioni. Alcuni progetti possono apparire banali, perché rappresentano qualcosa sotto agli occhi di tutti: William Eggleston ha usato questo approccio e, in questo modo, ha documentato una fase storica e lasciato una testimonianza dell’epoca.

-Parlaci del tuo ultimo progetto?

Sto editando il viaggio che ho fatto in Vietnam, viaggiando dalla capitale Ho Chi Minh a sud fino ad Hanoi a nord. Io e la mia partner abbiamo attraversato il Paese zaino in spalla, su bus, treni notturni, motorini, barche, facendo un tuffo nella vita locale. Un’esperienza meravigliosa!

-Cosa ti avvicina alla cultura denim?

Ha sempre suscitato un forte interesse in me sfogliare libri con foto antiche, che si sono preservate nel tempo fino ad arrivare a noi, e mi affascina molto scoprire la storia che raccontano. La mia curiosità mi ha spinto a capire come e perché fossero vestiti in quel modo, che cosa indossassero e anche la storia di quel tessuto. Il denim, in particolare, ci racconta molto della storia di chi ha indossato quel capo e come ha vissuto, attraverso i suoi segni e le usure, specialmente i pezzi da collezione.

-Quanti denim hai?

Ho circa una trentina di denim al momento. 

-Cosa può’ trasmettere in più un denim in un sevizio fotografico?

La fotografia che faccio è molto semplice e naturale, penso che il denim dia questo senso di naturalezza e libertà di cui ho bisogno nelle mie foto.Allo stesso tempo, è un indumento originariamente maschile che credo sia in grado di esaltare la naturale sensualità di una donna.

-Quale capo di abbigliamento ti ha colpito di più nei tuoi servizi fotografici o se hai qualche preferenza su qualche servizio di Denim che hai realizzato?

Un capo che mi ha colpito molto e del quale sono molto affascinato è il Chore Coat, mi piace la sua robustezza e mi piace molto la sua storia, utilizzo e versatilità.

-Hai dei riferimenti o delle ispirazioni riguardo foto iconiche dove il denim o la sua storia hanno rilevanza?

Sicuramente il denim ha molta rilevanza nelle foto della Grande Depressione Americana a cui faccio riferimento. Altro riferimento molto importante per me è la serie scattata da Avedon intitolata “Worker”.

-Preferisci fotografare un denim a colore o in bianco e nero?

Preferisco fotografare il denim in bianco e nero, perché mi da un senso più forte di nostalgia grazie ai contrasti.

-Dai un consiglio agli utenti che ci seguono su DENIM BOULEVARD e che vogliono proseguire e investire sulla fotografia.

Penso che la cosa più importante che alimenta la fotografia è fotografare ciò che uno sente, quell’istinto poco accademico che in modo naturale ti porta a registrare un momento per te importante. Il tuo istinto è più importante di qualsiasi regola tecnica. “Impara le regole come un professionista, affinché tu possa infrangerle come un artista”, come diceva Pablo Picasso.