DENIM AND JEANS ORIGINS

This post is also available in: English

Francese o italiano, poco importa. Se l’obiettivo fosse fare del sensazionalismo, niente di più facile che contrapporre Genova e Nîmes in una specie di derby transalpino con in palio la paternità del tessuto più famoso al mondo, il jeans o denim (affronteremo più avanti le differenze tra i due tipi di stoffa). E se controllate su qualsiasi motore di ricerca notizie in tema, vi salterà subito agli occhi quanto la stampa generalista abbia giocato su questa presunta querelle per dare un po’ di pepe alla faccenda. Le due città in questione invece hanno preso la strada, sicuramente più produttiva, di una collaborazione alla ricerca delle radici comuni tra il ‘blue de Gênes‘ da una parte, l’antenato italiano appunto, e la ‘tela di Nîmes‘ dall’altra. In fondo, non c’era mica in ballo un copyright…

Da questa cooperazione, nei primi anni Novanta è nata un’iniziativa che ha dato un vero cambio di marcia: una mostra intitolata ‘Blu Blue-jeans, Il Blu Popolare’, voluta dalla Regione Liguria, dal Comune della Spezia e dalla Ville de Nîmes; le ricerche sia storiche che archivistiche effettuate in occasione di questa manifestazione costituiscono la punta di diamante nello studio della storia del jeans e il principale apporto teorico di questa introduzione.

In particolare, un ruolo di primo piano è quello ricoperto dal Museo Etnografico Giovanni Podenzana della Spezia, dove sono custoditi molti capi dell’abbigliamento popolare dell’Ottocento che costituiscono reperti sensazionali sulle origini del jeans. Se siete nei paraggi fateci un giro: l’emozione che si prova nel trovarsi di fronte a quelli che sono a tutti gli effetti dei capi in jeans con oltre due secoli di vita è qualcosa che solo un vero denimhead può comprendere fino in fondo.

denimRADICI

La storia del blue jeans è stata oggetto di varie trattazioni scientifiche e di iniziative divulgative; oltre alla già citata mostra a inizio anni Novanta, alla Spezia e Genova si sono svolte numerose iniziative e convegni interamente dedicati alla storia di questo tessuto e alle sue pratiche tintorie. Tra gli altri, nel 2005 il Museo del Tessuto di Prato ha ospitato la mostra ‘Jeans! Le origini, il mito americano e il made in Italy’, e nel 2009 un altro evento ha animato i comuni di Genova, Albissola e La Spezia, in una tre giorni chiamata ‘Blue de Gênes. Jeans are coming home’ (ma questa volta senza un controcanto al di là delle Alpi).

Seguire la nascita e l’evoluzione dei blue jeans vuol dire percorrere due distinte direttrici. Una è quella che riguarda la storia dei materiali tessili e in particolare di tessuti pregiati come lana, seta e velluti da una parte, e materiali più poveri come la mezzalana e il fustagno dall’altra. La seconda traccia porta invece alla scoperta del ruolo che il colore – in questo caso l’indaco – ricoprirà con crescente importanza nella definizione dell’abbigliamento popolare.

La storia delle Corporazioni dei Tessitori e delle rotte commerciali dei materiali tessili si intreccia in modo inestricabile con quella della nascita del denim. In epoca medievale erano la lana, le sete e i velluti a costituire l’oggetto dell’attività delle corporazioni, le sole autorizzate a trattarne il commercio e la lavorazione. Accanto a questi tessuti ‘nobili’ circolava nelle regioni della Langue d’Oc, dell’Italia Settentrionale e della Catalogna un certo numero di stoffe che per molti versi costituivano già un precedente; biffe, bigielli e tritane presentavano, di volta in volta, strutture, materiali o modi di utilizzo molto simili a quelli dell’odierno blue jeans. Ma un tessuto in particolare si stava facendo largo come candidato al ruolo di vero predecessore: il fustagno.

Dal punto di vista tecnico infatti il termine jeans designa un tessuto di cotone ottenuto dall’intreccio di un filato di ordito tinto in indaco con una trama lasciata grezza, che insieme vanno a costituire una grande varietà di armature e intrecci, tra le quali la più diffusa è quella diagonale (a saia o spiga). Ed è proprio questo tipo di armatura a saia o levantina (linee diagonali, dritto diverso dal rovescio) che permette ai tessuti denim e jeans di essere tanto simili. Dando per assodata e largamente condivisa questa definizione di base, è proprio il fustagno a mostrare il maggior numero di somiglianze con il tessuto che con ogni probabilità state indossando mentre leggete queste righe. Anch’esso infatti presentava già in epoca medievale un’armatura a saia, formata da una trama di cotone e da un ordito di lino o canapa.

“I fustagni più preziosi, per il costo ancora elevato del cotone, erano quelli importati dall’India dai mercanti veneziani, ed è proprio dall’Italia che questo tessuto si diffuse, attraverso la Francia, in tutta Europa”, spiega Rossana Piccioli, direttrice del Museo Etnografico della Spezia. “Con il passare del tempo e la diminuzione del costo del cotone come materia prima, i fustagni divennero tessuti per la confezione di abiti contadini e da lavoro. Importata attraverso Venezia in tutta Europa, questa stoffa guadagnò terreno grazie ad alcune fondamentali caratteristiche. La morbidezza, dovuta in gran parte al finissaggio della cardatura (che ammorbidisce le fibre) e alla facilità di colorazione, essenziale in un’epoca come il Medioevo in cui soprattutto al colore venivano attribuiti importanti e profondi valori simbolici”. Benché il cotone – ingrediente base nella produzione di fustagno – venisse importato prevalentemente dall’Arabia, dall’Egitto o dalla Siria, già in ambiente medievale la sua coltivazione aveva attecchito in Sud Italia, espandendosi poi in breve tempo anche nelle regioni settentrionali. Un fatto cruciale diede però impulso alla diffusione di questo tessuto come sostituto della lana: la carestia che colpì l’Europa nel XII secolo e costrinse a una riconversione di molti terreni adibiti a pascolo in suoli agricoli. La lana diventava improvvisamente un genere raro e costoso mentre il crescente afflusso di cotone dalla Penisola Araba e dal Nord Africa ne abbassava drammaticamente il costo. Naturale evoluzione di questo scenario fu il tentativo di creare nuove fibre e tessuti mischiando la lana con altri materiali.

E non a caso, prima di approdare alla sua forma definitiva (che come detto prevedeva un ordito in cotone e una trama di lino o canapa), il fustagno presentava spesso un impiego misto di lana e cotone.

UN MATERIALE ECONOMICO

Il successo del jeans è senza dubbio connesso alla sua anima pop, sia nel senso di distanza da ogni forma di elitarismo, sia, in senso più prosaico, di accessibilità da un punto di vista del costo del prodotto finito. E non poteva che avere caratteristiche simili anche l’antenato di questo tessuto.

L’affermazione del fustagno fu infatti indissolubilmente legata alla sua economicità. A differenza di lana, seta e velluti, che venivano prodotti dalle stesse corporazioni che poi ne curavano la commercializzazione, il fustagno era ottenuto con una merce d’importazione, il cotone. La produzione e la vendita dei capi confezionati con queste stoffe erano di conseguenza controllate dai commercianti che regolavano i flussi della materia prima e non da coloro che avevano in carico la sua lavorazione. Questi ultimi erano perlopiù contadini che venivano sottoposti a condizioni di lavoro estremamente vessatorie e si occupavano del finissaggio e della tessitura nei momenti lasciati liberi dal lavoro nei campi. Per questa ragione il prodotto finito poteva essere messo in vendita a prezzi molto più bassi dei ‘cugini’ più nobili, lana in testa. Il momento chiave per l’affermazione del fustagno coincide non per nulla con un momento di crisi della filiera: a metà Cinquecento la tela genovese aveva subìto un tracollo produttivo e non riusciva più a competere con i suoi omologhi milanesi o piacentini sul piano della qualità. Ma proprio la qualità media e il basso costo spalancarono al fustagno di Genova le porte d’Europa e in particolare del Regno Unito, dove quello si ritagliò una posizione di prestigio tra le stoffe popolari. E infatti fu esattamente in questo periodo che comparve in territorio anglosassone per la prima volta la parola ‘bleu de Jean’ all’interno di rendiconti mercantili e altri documenti commerciali.

DENIM O JEANS? LA DIFFERENZA E’ APPESA A UN FILO

Nella ricostruzione della storia del blue jeans, il colore è un fattore importante tanto quanto il tessuto stesso. Per affrontare questo tema è utile partire da un altro aspetto largamente dibattuto, e cioè la distinzione tra denim e jeans.

Nell’uso comune i due termini vengono utilizzati quasi come sinonimi. Al di là delle radici etimologiche (denim deriva dalla contrazione di ‘de e Nîmes’, cioè ‘di Nîmes’ per indicare l’industria tessile di quella città mentre, come visto, jeans nasce in ambiente anglosassone per designare i tessuti provenienti da Genova), la diversità delle due tele è da ricondurre alla tinta delle fibre impiegate. Nel denim il filo dell’ordito è blu e quello della trama è bianco o écru, mentre nel jeans trama e ordito sono del medesimo colore, quasi sempre blu, come nel fustagno medievale. La ragione della sostanziale sovrapposizione dei due termini, considerati quasi intercambiabili dai non addetti ai lavori, risiede nel fatto che la moderna industria tessile tende a utilizzare per la produzione dei blue jeans il tessuto denim, essendo risultata più efficace e gradita al pubblico la finitura delle trame con filo bianco.

Va peraltro sottolineato che già a fine Settecento i due vocaboli erano utilizzati quasi in modo parallelo, con la sola differenza che il jeans era indirizzato all’abbigliamento da lavoro in generale, mentre il denim, più rozzo, veniva utilizzato per gli indumenti da indossare sopra, come casacche o salopette. Inoltre, è opinione comune che il denim fosse destinato anche alla produzione di vele per navi e teloni di copertura dei carri. Leggenda vuole che, rimasto a secco di prodotti da vendere al suo arrivo in California, Levi Strauss avesse confezionato il suo primo paio di pantaloni da lavoro in denim con la stessa tela del proprio carro.

CARO INDACO, QUANTO MI COSTI

Abbiamo visto che una delle ragioni dell’affermazione del fustagno come base per l’abbigliamento popolare è stata la sua estrema economicità, risultato di un esasperato sfruttamento della manodopera. Si potrebbe dunque pensare che anche per la tintura la scelta fosse dettata dalle medesime ragioni pratiche. Invece il blu era piuttosto costoso, a paragone per esempio del marrone, facilmente ottenibile da piante da tannino. E allora perché il denim, il blue de Jean e insomma tutti gli antenati del moderno blue jeans optarono per questa tinta di non facile preparazione e quindi più dispendiosa? Per scoprirlo bisogna fare qualche passo indietro.

“In tintura”, spiega Dominique Cardon, una degli studiosi che hanno contribuito allo sviluppo delle ricerche sul denim in occasione della mostra ‘Blu Blue-jeans, il Blu Popolare‘, “esiste solo un blu di origine organica che sia veramente blu e solido: l’indaco”. Questo colorante si estrae dalla specie di piante chiamate ‘Indigofera’ (di habitat tropicale), ma il processo richiesto per fissare la tintura sulle fibre fa dell’indigo un mondo completamente a sé. A differenza dei colori più in voga al tempo, su tutti il rosso, l’indaco non richiedeva alte temperature per aderire alle fibre, tanto che a differenza di tutti gli altri coloranti le vasche in cui i tessuti venivano messi in ammollo non superavano mai i 50-55 gradi Celsius. Questo perché il blu, sia che derivasse dal guado che da piante indigofere, non si scioglieva in acqua con il solo calore. Per fissarlo alle fibre era infatti necessario ossigenare i tessuti messi a bagno e unirli a una base alcalina, come la calce.

A riprova di questa unicità, le corporazioni di coloro che tingevano in blu, dette dei ‘guadaioli’ perché originariamente lavoravano solo col guado (estratto da piante autoctone e principale colorante azzurro prima dell’adozione dell’indaco), costituivano strutture a sé stanti, separate delle altre associazioni professionali di tintori. “Il termine guado”, prosegue Carbon, “deriva da una radice germanica, ‘waisdo’, che compare già nell’Alto Medioevo. In Europa, durante il Medioevo, il guado, che necessita di terre ricche e fertili, è stato il prototipo della cultura industriale”. E il guado stesso, che si estrae dalla ‘Isatis tinctoria’, si giocò per lunghi secoli con l’indaco naturale il primato tra le cosiddette ‘piante da blu’. Le ragioni che hanno determinato il successo finale dell’indaco sono legate alla maggior resa di quest’ultimo rispetto al ‘pastèl’ (come veniva chiamato il guado in francese) e a una serie di ragioni storiche che affronteremo. Entrambe le piante, però, presentavano un punto in comune, e cioè l’elevata complessità del procedimento di estrazione del colorante. Il metodo di macerazione ed estrazione del colorante era simile per entrambe, tanto che si è parlato anche di indaco-pastèl. Per inserirsi nelle fibre, gli enzimi di queste piante devono come visto entrare in contatto con l’idrogeno nell’aria e una base alcalina. Per questo, dopo aver macinato la pianta con autentici frantoi, si lasciava prosciugare la pasta delle foglie cui poi veniva data manualmente la forma di palle (‘coques’ in francese), quindi lasciate essiccare. Una volta ultimato questo processo le balle, dette anche ‘miche’, venivano frantumate e nuovamente bagnate per completare la fermentazione in un processo che poteva durare molte settimane e richiedeva costante manodopera per rivoltare e areare il prodotto e favorire l’estrazione dell’indigotina, ossia del vero e proprio agente colorante.

A favore dell’indaco giocava una resa molto più alta rispetto al guado (secondo Hellot, un chimico francese del Seicento, “Sei libbre di indaco tingono tanto quanto una balla di pastèl di Lauragais, che generalmente pesa 210 libbre”). A suo sfavore il fatto che fosse un genere coloniale e quindi meno facile da reperire. Oltre a questo, a ostacolare la diffusione dell’indaco fu anche quella che oggi definiremmo un’azione di lobbing da parte dei guadaioli, che in epoca medievale utilizzavano il guado per la colorazione della lana e non l’indaco naturale. Di fatto, in paesi dove i guadaioli erano molto forti come l’Inghilterra, l’indaco venne completamente liberalizzato solo a metà Settecento… E proprio quando finalmente la strada sembrava spianata per sostituire il guado un’altra grave impasse ne bloccò la diffusione. Con le guerre rivoluzionarie e l’età napoleonica, in Francia e nei territori conquistati da Bonaparte si interruppe quasi completamente l’afflusso di merci coloniali a causa dell’isolamento politico rispetto al resto d’Europa. Un problema bello grosso, visto che le truppe imperiali avevano guarda caso il blu come colore d’ordinanza. La situazione arrivò al punto da spingere lo stesso Napoleone, con un decreto emanato nell’aprile 1810, a promettere grosse ricompense a chi fosse riuscito a trovare il modo di coltivare una pianta autoctona in grado di sostituire l’indaco dal punto di vista della resa e della solidità del colore. Il pastèl, o guado, tornò a prendere piede. Ma era il canto del cigno. Coltivato con scarso entusiasmo e ancora più modesti risultati in tutti i territori napoleonici dell’Europa del Sud, il pastèl non presentava un potere colorante sufficiente per far fronte alla crescente domanda del mercato dei tessili. Il rilancio del guado in Europa fu quindi un fuoco di paglia destinato a spegnersi con la fine delle guerre di Bonaparte e con il ritorno dell’indaco, questa volta dall’India invece che dalle Americhe. Abbondanza di materia prima e nuovi procedimenti di estrazione chimici e non più meccanici (il tino d’indaco all’ossido stannoso e il tino allo zinco) aprirono definitivamente le porte a un utilizzo di massa del blu nel settore tessile. Nel 1869, l’invenzione del tino all’idrosolfito e alla soda caustica decretò il definitivo prevalere dell’indaco rispetto al più debole cugino europeo, e l’ingresso del blu nella cultura e nell’abbigliamento popolare di massa. Una cavalcata che da Genova e Nîmes portò il blu popolare oltreoceano, dove un certo Levi Strauss stava caricando proprio in quegli anni un carro pieno di merci per trasferirsi in California e lì fare affari coi suoi sempre più numerosi gold-digger. Era l’epoca della corsa all’oro e il blu di Genova si preparava a diventare il tessuto più influente della storia.