Mark Maggiori, sei nato in Francia nel 1977 e sei un artista multidisciplinare. Ad esempio sei un pittore straordinario, puoi parlarci delle tue ispirazioni, della tua evoluzione e anche delle tue tecniche?

Grazie. È difficile raccontarlo in poche parole.

Sono sempre stato ispirato dall’Ovest americano. Ma mi ci sono voluti 36 anni per trovare il mio soggetto preferito! Dirigevo video musicali prima e facevo molta fotografia. La pittura era solo un hobby della domenica una volta ogni tanto. Ho scoperto la pittura occidentale al Cowboy Hall of Fame in OKC nel 2012. Da allora tutto quello che ho voluto fare è stato dipingere. L’ovest.

Puoi descriverci la tua storia, i tuoi studi e le tue prime esperienze a Parigi?

La mia storia è piuttosto lunga e non sono sicuro di riuscire a raccontare tutta per iscritto. Ma fondamentalmente ero in una rock band all’età di 20 anni che divenne piuttosto grande in Francia. Tutto quello che volevo fare era fare musica. Ma i miei genitori volevano che studiassi qualcosa che mi avrebbe dato un lavoro più tardi. Non credevano davvero nella musica. Quindi, su consiglio di mio zio Claude Maggiori, mi sono iscritto all’Accademia Julian, una prestigiosa e storica scuola d’arte a Parigi fin dal 1876. Pensavo di rimanere lì solo per un anno per prepararmi e poi tentare  l’iscrizione alle Belle Arti. Ma l’ho adorata e sono rimasto lì per 4 anni. Ho scoperto il mio potenziale come creatore di immagini. Mi ha aiutato anche con lo sviluppo visivo della mia band Pleymo.

Puoi parlarci dei tuoi 10 anni di esperienza nella musica come frontman e come video director e illustratore? Inoltre quali sono le differenze con la scena di oggi?

È stato divertente, Molte esperienze, Molto divertente. Molte persone incontrate. Essere in una band era un sogno da adolescente. Diventare famoso è stato inaspettato. Ma abbiamo seguito la corrente. Avrei voluto essere più consapevole di quanto eravamo fortunati.

Per quanto riguarda la direzione dei video musicali, mi hanno fatto imparare tanto. Il lavoro di squadra, come realizzare rapidamente immagini belle e potenti, come essere veloce ad inventare idee. Imparare a far brillare qualcuno sullo schermo. Fissarlo li. Ho imparato tanto. Penso che abbia avute molte ripercussioni nel mio lavoro attuale come pittore.

Durante i tempi di Helmet Boy eri uno skater? O qual era il tuo look/stile?

Ho fatto skate attivamente dai 9 ai 16 anni. Dopo mi sono solo dedicato alla  musica. Poi ho ricominciato a skatare quando ho compiuto 30 anni. E continuo tuttora. Non riesco a fermarmi. Il mio stile è sempre stato un mix di western/redneck/skater anni ’80 ma anche un po’ da italiano degli anni ‘60… ahahahaha!! Vai a capirete cos’è.

Ora vivi a Los Angeles, quali sono i tuoi progetti, mostre e gallerie a cui sei connesso?

Sto lavorando allo spettacolo imminente all’Autry Museum chiamato Masters of the American West. È stato un sogno per me farne parte. Sto anche lavorando ad uno show in Texas ad aprile e molte altre cose. Sono pieno di cose fino al 2020!

Il tempo vola e gli stili cambiano… Come ti vesti ora e come ti vedi?

Mi vesto con abiti di buona qualità, solo vintage made in USA o made in Italy. Vecchie scarpe. Vecchi stivali. Odio la moda attuale. Odio i vestiti moderni. Tutto è fatto male. La gente si veste di merda. Voglio dire, apri un libro fotografico del passato e vai a capire cosa è andato a storto. C’è qualcosa che non va, ahahaha!

Descrivici la tua passione per l’occidente e lo sconfinato paesaggio americano. Sappiamo che inizialmente sei stato influenzato da un viaggio da New York a San Francisco che hai fatto quando avevi 15 anni, e poi?

È difficile da spiegare. Bisogna passare attraverso l’esperienza dell’occidente americano, i suoi deserti e il suo paesaggio per capire perché mi coinvolge cosi tanto. È seducente, ipnotico, affascinante, è al di là delle parole. La terra rossa. I canyon. Gli orizzonti infiniti…

Cosa ci puoi dire della tua passione per cowboys e cavalli?

Non molto. Mi piace solo la semplicità e la correttezza dei cowboy. I cowboy sono uomini che lavorano sodo e persone vere. Niente cazzate. Mi piace. Mi piace anche quello che la figura del cowboy rappresenta nell’iconografia dell’immaginario del sogno americano. Mi ricorda alcune ninne nanne dell’infanzia…